mercoledì 20 luglio 2011

summer!



"Tis now the summer of your youth: time has not cropped the roses from your cheek, though sorrow long has washed them."



Edward Moore






venerdì 1 luglio 2011

Storia di uno spaghetto spezzato

Fu un tempi in cui ero ancora un grande e soffice impasto di acqua e farina che si lasciava accarezzare della pale della impastatrice. Era bello, divertente direi, muoversi intorno, girare in cerchio, verso l'alto e poi verso il basso e poi nuovamente ed ancora verso l'alto. Giravo e giravo su di me, a volte in me ed a volte fuori di me mentre le modernissime pale d'acciaio mi torcevano benevolmente.
Dalle pale passavo ad un torchio, strumento antico in uso presso la famiglie contadine. Un torchio questo, come quelli d'un tempo di cui avevo già sentito parlare da formati di pasta molto più antichi di me.
Ecco, ricordo, venivo sollevato e riposto in piccole palle di pasta. Abili mani mi lavoravano dopo la grossa impastatrice. Mani capaci, femminili nel tatto ma forti come buoi con il giogo al collo mentre arano i campi.
Abili le mani in cui mi riponevano per dare a me quell’ aspetto grossolano, quasi ruvido che le liscie pale d'acciaio avevano inzialmente corretto per essere omogeneo nell'aspetto, elastico e malleabile abbastanza perché le mani potessero prendersi cura di me. Impastato all'ultima fase su di una grande tavola di marmo, impastato e rimpastato da più mani e più e più volte ancora. A volte sbattuto a faccia in giù sulla fredda superficie grigia di quel tavolo da cucina, a volte a faccia in su verso l'abbondante petto della massaia che mi girava come un calzino bucato da cucire con cura.
Il torchio, eccolo là che mi aspettava. Lucido come il trattore appena comperato, lustro come la luna piena in una notte stellata, oleato da poco in attesa di produrre la pasta per la famiglia, per quella domenica un pò speciale in cui i parenti Bolognesi arrivavano dalla città per godersi il fresco della campagna e la signora Gina azionava l'impastatrice nuovissima che le avrebbe risparmiato ore di faticoso lavoro mentre ella avrebbe potuto concedersi del tempo per mungere oppure raccogliere uova oppure semplicemente per annaffiare i fiori del giardino.
Ritorniamo alla mia storia, a quella dello spaghetto spezzato. Piacere, mi presento. Di nome faccio numero 7 (se mi comperi al supermercato) mentre qui in campagna mi chiamano "Bigolo". "Piacere Bigolo" usavo dire mentre uscivo dai trafori del torchio, nuovo di anima e di forma. Fresco come il latte appena munto, fresco come le uova sbattute con lo zucchero, fresco come una granita alla menta in una calda serata d'estate.
Ecco, Bigolo, cioè io. Lo spaghetto per antonomasia, lo spaghetto assoluto. Fresco, a volte di farina integrale, a volte di semolino, a volte con le uova ma pur sempre spaghetto lungo e più o meno sottile.
Esco dal traforo dove la Gina mi ha spinto dopo le sue amorevoli cure. Quasi, quasi ci restavo volentieri tra le sue mani. Mi sembrava di subire un massaggio zen, un trattamento di bellezza per ravvivare il mio aspetto, per rendermi manualmente maleabile al punto giusto da poter entrare nel traforo del torchio. Traforo, traforo, ma si c'è ne sono tantissimi. Quelli industriali attraverso ai quali scompari in una scatola di cartone per essere messo sugli scaffali non appena hai potuto prendere atto del tuo aspetto spaghettoso oppure questo, quello della Gina, dal quale esci lentamente, ruvidamente, anticamente per essere poi messo ad essicare al sole sopra a canovacci di lino e canapa, sopra a leggeri gratticci di paglia perchè sia il sole a darci il giusto colore e quel profumo genuino che solamente lui puoi concedere ad un Bigolo come me.
Eccomi lì, steso all'aria. Steso come ho descritto sopra oppure letteralmente appeso a dei fili, come i panni dopo il bucato. Appeso a file, appeso ed appeso, fila dopo fila per creare file intere di tende bianche, candide, profumate ma sopratutto commestibli dopo la cottura. Lunghissimi capelli d'angelo appesi al vento in attesa d'essere raccolti dalle abili mani di Gina. In attesa di trovare un connubbio celestiale; sugo rosso, ragù, qualche strano pesto casalingo, una semplice ricottina con i pinoli...aspettiamo un pò i parenti Bolognesi...sono sempre loro a decidere il condimento giusto per me, per Bigolo il RE della cucina Italiana.
Ecco, la sento mentre si muove tra di noi. Metri e metri di sottile pasta stesa al sole. Metri, centinaia di metri prodotti questa mattina per deliziare i palati di pochi.
Passa la Gina con i grossi fianchi ondeggianti. A volte ci sfiora, a volte ci fa muovere come le creste delle onde del mare quando un colpo di vento le sfiore. Ondeggia Gina mentre il suo grembiule sfiora infiniti spaghetti penzolanti.
Ci raccoglie la Gina, ci raccoglie e ci pone delicatamente nel suo grande cesto. Con attenzione, con cure, con occhi accorti, la Gina ci pone in quel grandissimo cesto. Bigolo ed i suoi fratelli, Bigolo ed i miei fratelli perchè sono sempre io che scrivo, il Bigolo di prima. Ricordate? Piacere Bigolo!
Eccoci tornati in cucina. Allungati sul freddo tavolo di marmo dopo una mattinata al sole. Croccanti fuori, ancora morbidi dentro. Annuso l'aria con la speranza di cogliere un buon profumo, con l'auspicio di sapere a quali pietanze sarò abbinato per deliziare queste bocche affamate.
Basilico, pomodorini freschi, una scaglietta di pecorino, due o tre pinoli, la ricotta di pecora per rendere il tutto morbidissimo. Si attendo il mio turno per essere cotto, per essere lessato al punto giusto. Cotto lesso per il sugo, sono lesso, sono cotto di pomodorini freschi e basilico. Oggi è proprio la mia giornata fortunata. Eccolo il pentolono che bolle, blub, blub, blub sul fuoco. Una manciata o due di sale grosso..anche versare il sale la Gina lo sa fare con maestria. Ecco, Gina si avvicina, le sue mani si allungano per raccogliere i primi metri di spaghetti, le sento intorno a me, ricordo mentre m'impastava, ricordo quella meravigliosa sensazione di cura, di benessere, di amore che lei trasmetteva con le mani.
Ecco, ahi, ma come, che succede, che mi vogliono fareeeeeee????? Nooooo. La cugina Bolognese mi vuole spezzare. Ha preso un mio fratello e sta spiegando alla Gina che in città si fà così. Fa più in, e più elegante mangiare gli spaghetti spezzati. Il mio di cugino..Bigollo...si lamenta...l'han spezzato e lui non è assolutamente abituato ad essere trattato così. Grida Bigollo ma le due cugine ingrembiulate non lo possono sentire..soltanto noi, dagli orecchi sopraffini riconosciamo questo grido indignato. Ohi, gli spaghetti fanno resistenza, lottano. Dal tavolo di muovono, prendono vita questi Bigoloni di campagna e si tuffano in tutta la loro interezza nel pentolone della Gina. Lei sorride capendo mentre la cugina di città si ricrede meravigliata.
Bigolo ha insegnato la sua lezione. Lo spaghetto, grande o piccolo che sia, tondo o snello, capello d'angelo o ruvidissimo bucatino, va nella pentola interamente integro.
HazelSidhe

venerdì 24 giugno 2011

soffia il vento di sera...

martedì 14 giugno 2011

pastiera napoletana

eh si, chi ha indovinato? Stiamo proprio parlando della squisitissima pastiera napoletana

Ingredienti per il ripieno:
300 gr di grano già cotto,
400 ml di latte intero
un cucchiaio di burro (optional)
un cucchiaio di zucchero,
1 bustina di vanillina
400 gr di ricotta di pecora freschissima
300 gr di zucchero,
5 uova,
50 gr di acqua di fior d'arancio (o, in mancanza una fialetta di aroma),
2 limoni,
150 gr di arancia e limone canditi (tagliati a tocchetti piccoli),
150 gr di zucchero al velo
un pizzico di sale

Ingredienti per la pasta frolla:
500 gr di farina,
3 uova,
200 gr di zucchero,
200 gr di burro,
la buccia grattugiata di un limone
un pizzico di sale

Procedimento:

Il giorno prima prepariamo la pasta frolla e la lasciamo riposare fino al momento dell'uso (ricordiamo che va lasciata in frigorifero già nella sua teglia per ottenere un risultato migliore).
Teniamo da parte una piccola palla di pasta frolla che ci servirà per decorare la pastiera.

Mettiamo a sobbollire, a fuoco lento, il grano con il latte, il burro ed il cucchiaio di zucchero. Facciamo cuocere sino a quando il composto non avrà assunto un aspetto cremoso. Lasciamo raffreddare completamente.
Mettiamo quindi la ricotta in una ciotola abbastanza capiente e la lavoriamo con un cucchiaio di legno in modo da renderla ariosa. Aggiungiamo poi i 300 gr di zucchero e lavoriamo ancora. Aggiungiamo quindi i cinque tuorli ed i tre albumi montati a neve ben ferma con un pizzico di sale, la scorza grattugiata dei limoni, l'acqua di fiori d'arancio ed i canditi tagliati a tocchetti.
Uniamo quindi la crema di grano e mescoliamo ulteriormente.
Rimuoviamo la teglia con la pasta frolla dal frigo e la colmiamo con il ripieno.
Con la pasta rimanente formiamo delle strisce che disponiamo a griglia sul ripieno (a mò di crostata).
Mettiamo in forno già caldo, in posizione piuttosto bassa, a circa 150 gradi per un paio di ore.
Una volta che la superficie della pastiera si presenta dorata e la cucina profuma di buono...la rimuoviamo dal forno e la lasciamo risposare il luogo fresco per tre giorni.

Gnam, gnam, gnam (suoni emessi da golosa divoratrice di pastiere)

venerdì 10 giugno 2011

potete carpire quale sarà la prossima ricetta ad essere postata?




"Currite, giuvinò! Ce stà 'a pastiera!"
E' nu sciore ca sboccia a primmavera,
e con inimitabile fragranza
soddisfa primm 'o naso,e dopp'a panza.
Pasqua senza pastiera niente vale:
è 'a Vigilia senz'albero 'e Natale,
è comm 'o Ferragosto senza sole.
Guagliò,chest'è 'a pastiera.Chi ne vuole?
Ll' ingrediente so' buone e genuine:
ova,ricotta,zucchero e farina
(e' o ggrano ca mmiscato all'acqua e' fiori
arricchisce e moltiplica i sapori).
'E ttruove facilmente a tutte parte:
ma quanno i' à fà l'imposto,ce vò ll'arte!
A Napule Partenope,'a sirena,
c'a pastiera faceva pranzo e cena.
Il suo grande segreto 'o ssai qual'è?
Stu dolce pò ghì pure annanz' o Rre.
E difatti ce jette. Alludo a quando
il grande Re Borbone Ferdinando
fece nu' monumento alla pastiera,
perchè facette ridere 'a mugliera.
Mò tiene voglia e ne pruvà na' fetta?
Fattèlla: ccà ce stà pur' a ricetta.
A può truvà muovendo un solo dito:
te serve pe cliccà ncopp ' a stu sito.
Màngiat sta pastiera,e ncopp' a posta
dimme cumm'era: aspetto na' risposta.
Che sarà certamente"Oj mamma mia!
Chest nunn'è nu dolce: è na' poesia!"

domenica 15 maggio 2011

alla domenica quando piove











oggi postiamo una tradizionale ricetta modenese; la torta Barozzi famosa in quanto d'un tempo veniva fatta con i fondi di caffè (che mia nonna invece utilizzava per concimare le rose...e che rose)




Torta Barozzi (non l'ho mai assaggiata ma mi si dice che sia una vera prelibatezza, tra l'altro piuttosto difficile da trovare. Probabilmente appartiene a Modenza così come la Sacher appartiene a Vienna, oppure lo Stollen a Dresda oppure la Pastiera a Napoli.



La sua ricetta originale rimane un segreto custodito tra gli antichi libri e la memoria dei pasticceri del cafè pasticceria Barozzi di Vignola (piccola cittadina della provincia che diede i natali a questo apprezzatissimo dolce)



Ebbene, ecco i semplici ingredienti che compongono questo dolce che nel 800 appariva su quasi tutte le tavole del modenese.



Torta Barozzi (1)
100 g mandorle spellate
80 g burro
250 g cioccolato fondente
4 uova
150 g zucchero
1 bicchierino di rum
3 cucchiai di caffè (polvere)



Preparazione:
Fate fondere a bagnomaria burro e cioccolato. Sbattere i tuorli con lo zucchero (a crema), aggiungere le mandorle tritate finemente, il cioccolato, il caffè e il rum. Montate a neve le chiare e incorporatele al composto. Infornare a 180° per 30' in uno stampo (con in fondo carta stagnola imburrata o cartaforno) coperto con la stagnola.



Torta Barozzi (2)



200 g zucchero
20 g nocciole
20 g mandorle
10 g noci
120 g burro
35 g cacao amaro
100 g cioccolato fondente
20 g fecola
20 g frumina
3 cucchiai rasi di caffè in polvere (decaffeinato se preferite)
3 uova
1/2 cucchiaino di lievito
un pizzico di sale
zucchero a velo (facoltativo)



Preparazione:
Sbattete il burro a temperatura ambiente, con i tuorli quindi aggiungete lo zucchero, il cacao, le frutte secche ridotte in farina col macinacaffè, le farine, il caffè, il cioccolato fondente fuso (o grattuggiato), il sale e una puntina di lievito per dolci. Montate a neve fermissima gli albumi e uniteli al composto stando attenti a mescolare adagio e dal basso verso l’alto (in modo che l’impasto incameri più aria possibile).
Versate l’impasto in una tortiera tonda di 26 cm di diametro a 180° per 40 minuti.



A voi la scelta della ricetta.



Buona ma soprattutto serena Domenica inebriata dai profumi del dolce su scritto.







mercoledì 4 maggio 2011

Lavender Muffins con glassa al mirtillo









manca poco alla fioritura della lavanda...osservo le mie piantine e mentre l'osservo mi viene già l'acquolina in bocca. "L'acquolina in bocca per dei fiori di lavanda?" qualcuno penserà...ed invece...ecco una squisitissima ricetta per utilizzare i fiori non solo per realizzare delle meravigliose composizione estive bensì per offrirli agli amici ed ai parenti tutti....


tempo di preparazione: 45 minuti + 12 ore di infusione


Ingredienti per i muffins:


2 cucchiai di fiori di lavanda

100 gr panna

150 gr burro

250 gr farina

1 bustina di lievito

1 uovo

100 gr. panna acida

150 gr zucchero

1 bustina di lievito vanigliato


Fate bollire i 100 gr di panna panna con i fiori di lavanda, toglietela dal fuoco, coprite il recipiente e lasciate i fiori in infusione per tutta la notte.

Il giorno seguente filtrate la panna strizzando bene i fiori e tenete da parte questo profumato liquido.

Distribuite i pirottini dei muffins negli stampi della teglia.


Fate fondere il burro e lasciatelo raffreddare.

Mescolate la farina ed il lievito.

Sbattete l'uovo con la panna acida, lo zucchero, lo zucchero vanigliato, la panna profumatissima ed il burro fuso.

Incorporate a poco a poco la farina e continuate a mescolare sino a quando avrete amalgamato l'impasto.

Versatelo nei pirottini e collocateli nel forno caldo dove li farete cuocere per circa 20 minuti a 120/130°C.


Ingredienti per la glassa ai mirtilli:

200 gr formaggio cremoso (tipo robiola)

100 gr. zucchero al velo

60 gr. miele

qualche mirtillo per colorare di lillà la glassa.


Montare il formaggio con lo zucchero al velo ed il miele. Aggiungere i mirtilli e continuare a montare a neve sino ad ottenere una crema omogenea anche nel colore.

Utilizzare per decorare i vostri muffins.